JAMES MADDOCK – If It Ain’t Fixed, Don’t Break It

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JAMES MADDOCK – If It Ain’t Fixed, Don’t Break It (Appaloosa 2018)

Ad appena un anno dal precedente e molto interessante Insanity Vs. Humanity, il rocker britannico di casa negli Stati Uniti torna a colpire con un nuovo disco, un disco dall’approccio molto più virato verso il rock’n’roll rispetto a quel prodotto che ci aveva colpito per l’originalità e la varietà musicale.

Questa nuova uscita non è male, assolutamente, ma convince molto meno, sembra più uscita dall’urgenza di mettere in pista le nuove canzoni che da una reale idea musicale. Maddock ha ormai una nutrita discografia alle spalle e i riferimenti a certe cose dello Springsteen migliore sono più che mai evidenti in questa ennesima fatica, molto più che sul disco del 2017, però si avverte una certa tendenza a ripetersi, le composizioni sono buone ma sembrano un po’ ripetersi.

La band che lo accompagna è naturalmente quella rodata e affiatata che già conosciamo, con le tastiere di Ben Stivers ad imprimere un sound deciso al risultato finale e la sezione ritmica formata da Drew Mortali al basso e Andrew Comess alla batteria che macina molto bene nelle dieci tracce in cui compaiono come ulteriori ospiti solo le voci di Joy Askew e Shannon Conley.

L’inizio è di forte impatto con la solida Discover Me, mentre la virata verso un rock con pianoforte honky tonk della successiva No Love In Our Love non è troppo riuscita.

Assolutamente più riuscita la cover di Loretta, il brano di Townes Van Zandt qui rivisitato in chiave molto veloce e originale, peccato che l’avessimo già ascoltata lo scorso anno sul doppio tributo al cantautore texano prodotto da Andrea Parodi proprio per la medesima Appaloosa.

Ain’t Leaving My Girl For You è un passo indietro, un po’ melensa, anche nei suoni; il disco riprende quota con la sferragliante Knife Edge, un continuo crescendo costantemente sorretto dall’organo suonato da Stivers, qui perfettamente inserito nel ruolo.

Calling My People è invece uno scanzonato incalzante boogie che però con i suoi oltre sette minuti di durata, risulta a lungo andare monotono nonostante i cambi di andatura tra la strofa ed il refrain (per altro accattivante). A seguire Music In The Stars, una ballatona in cui non tutto funziona alla perfezione a livello sonora in cui gli archi sintetizzati stridono eccessivamente, non va meglio con Don’t Lie To Me troppo fifties con un piano alla Perry Como. Prima della conclusione c’è spazio anche per uno strumentale, Dad’s Guitar, dall’ispirazione vagamente surf che ricorda lontanamente Merrel Fankhauser, poi per il finale Maddock e soci tornano ad essere all’altezza della situazione con la breve Land Of The Living che oltre ad un buon tema musicale con la chitarra del titolare finalmente in bella mostra, mette in pista anche un testo meno qualunque, tra riflessione ed ironia, nella scia di quanto ci aveva fatto apprezzare il disco precedente.

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