KENTUCKY HEADHUNTERS – Live At The Ramblin’ Man Fair

Kentucky Headhunters live at the ramblin man fair[1106]

KENTUCKY HEADHUNTERS – Live At The Ramblin’ Man Fair (Alligator/IRD 2019)

Dopo il disco per la Alligator col pianista Jimmy Johnson (inciso all’inizio del millennio ma rimasto inedito fino al 2015), i sudisti Kentucky Headhunters hanno deciso di rimanere accasati presso l’etichetta di Chicago, ecco così prontamente realizzato per la bisogna un esplosivo disco dal vivo col quartetto del Kentucky decisamente a proprio agio sulle assi di un palcoscenico, nella fattispecie quello della Ramblin’ Man Fair, durante una rassegna che vedeva altri illustri ospiti, come avremo poi modo di vedere analizzando il contenuto del disco.

La performance del gruppo dei fratelli Young (Richard alla chitarra ritmica e Fred alla batteria) è compatta, tesa, senza fronzoli: il risultato è un rock di matrice sudista che prende un po’ da tutti i gruppi storici del genere, c’è qualche sprazzo del sound dell’Allman Brothers Band, ma soprattutto ci sono le schitarrate (Greg Martin il responsabile) in stile Lynyrd Skynyrd, con echi dei primi Molly Hatchet o dei Blackfoot.

L’apertura è affidata ad una robusta rivisitazione della classica Big Boss Man, già eseguita da molti, da Elvis ai Grateful Dead: la versione dei Kentucky Headhunters va oltre, si velocizza, diventa incalzante. Ragtop è un buon brano originale tratto dal disco d’esordio del 1989 mentre Stumblin’ stava sul disco precedente, quello con Johnny Johnson (che ricordiamo ha collaborato a lungo con Chuck Berry), così come l’ottima Shufflin’ Back to Memphis, particolarmente skynyrdiana, con Martin impegnato in evoluzioni pirotecniche alla sei corde. Intensa e urlata la versione di Have You Ever Loved A Woman? che con i suoi sei minuti e passa è uno dei tour de force del disco (l’altro è My Daddy Was A Milkman in cui il gruppo cita anche il vecchio Bo Diddley): le chitarre viaggiano gran bene mentre il basso suonato da Doug Phelps fa un ottimo lavoro.

Con Wishin’ Well l’atmosfera si velocizza e si fa ancor più incandescente mentre Walkin’ With The Wolf vira verso il classico boogie sound con Martin impegnato alla slide.

Nel finale, raggiunti sul palco dai Bad Touch e dai Black Stone Cherry al completo, in cartellone nella stessa rassegna da cui proviene il concerto, i canuti e capelluti cacciatori di teste kentuckiani si lanciano in una sbilenca cover della beatlesiana Don’t Let Me Down, forse non perfetta (raramente i momenti corali di questi concerti lo sono) ma sicuramente divertente.

Ma se il concerto a questo punto è terminato, non lo è il disco, che mette sul piatto tre bonus track provenienti dalle vecchie session con Johnson: Rock Me Baby, Rock’n’Roller e High Heel Sneakers.

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