BOB MALONE – Mojo Live

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BOB MALONE – Mojo Live (Appaloosa/IRD 2018)

Bob Malone è un funambolo del pianoforte, le sue dita danzano letteralmente sui tasti: non c’è quindi da stupirsi che fior di musicisti di grido lo abbiano voluto nei loro dischi e nei loro tour: su tutti John Fogerty, della cui band Malone fa parte.

Non è però scontato che la bravura e la classe come strumentista vadano di pari passo con la capacità di scrivere canzoni in proprio e con l’essere in grado di sostenere una carriera solista agli stessi livelli dei colleghi che lo ingaggiano.

Questo è il problema di Malone e da questo live pubblicato recentemente su etichetta Appaloosa, i problemi emergono tutti. Innanzitutto, come molti turnisti, Malone ha il difetto di non saper dare un indirizzo preciso al proprio repertorio, cercando piuttosto di stupire con virtuosismi a buon mercato destinati ad un pubblico di bocca buona che si entusiasma con poco.

Sinceramente non mi capacito del fatto che un’etichetta che solitamente punta sulla qualità non scontata abbia potuto pubblicare un disco così così, ma non è il lavoro dell’etichetta che va qui giudicato, quanto piuttosto quello del Malone che, si passi il turpe gioco di parole, ne esce malino.

Seppure accompagnato da un gruppo solido, in questo live registrato tre anni fa a San Pedro, California, nell’ambito della promozione del quasi omonimo disco di studio, il tastierista sforna una quindicina di brani, quasi tutti autografi se si eccettuano una cover di Rod Stewart (Live With Me), abbastanza solida ma non certo competitiva, un accenno a Miles Davis all’interno di Toxic Love e She Moves Me di Muddy Waters.

Sezione ritmica imponente, due chitarre e addirittura tre coriste non bastano ad impedire lo strafare di Malone che sembra voler dominare a tutti i costi con mirabolanti interventi pianistici (il brano di Muddy Waters ne è la prova lampante) che suonano però vuoti nonostante la quantità incalcolabile di note sparate. Non c’è dubbio che l’effetto sortito sul pubblico sia positivo, nella lunghissima Ain’t What You Know, l’artista sembra crogiolarsi praticamente nei propri assoli con applausi a scena aperta di prammatica. Ma manca la sostanza, basterebbe un solo passaggio sulle tastiere delle mani di Chuck Leavell per cancellare tutto il concerto di Malone. Si va da ballate colorate di soul – ma la voce non è delle migliori e il soul vero non abuserebbe di assoli tanto lunghi e monotoni – al blues, a tinte più rockeggianti, ma nulla che faccia risvegliare dalla sonnacchiosa atmosfera in cui il disco fa precipitare. Peccato.

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