ALEX HAYNES & THE FEVER – Howl

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ALEX HAYNES & THE FEVER – Howl (Appaloosa/IRD 2018)

Che sia un segnale di rinascita del british blues? Potrebbe anche esserlo in fin dei conti. Non è una novità che siano stati proprio gli inglesi a rivitalizzare un genere musicale storico che negli anni sessanta aveva perso smalto, facendolo divenire un fenomeno in Europa e riportandolo in auge nella sua terra d’origine.

Alex Haynes & The Fever lo fanno però a modo proprio. Il loro rock blues del terzo millennio parla un linguaggio diverso da quello dei rampolli britannici degli anni sessanta che andavano filologicamente alla ricerca dei padri fondatori. Il chitarrista inglese, con questo Howl è giunto al suo terzo disco e si fa accompagnare da una robusta band che gli fornisce il giusto sostegno per far lavorare la propria chitarra e vestire di abiti moderni le canzoni. Una band anche in parte italiana, vista la possente presenza del batterista Pablo Leoni, di un ottimo Ernesto Ghezzi all’organo , dell’italiano acquisito Andy J. Forest all’armonica e del basso di Alessandro Diaferio. Unico straniero oltre al titolare, il pianista Richard Coulson.

Il risultato del connubio tra Haynes e questi musicisti è un solido blues tribale, una sorta di trasposizione moderna ed elettrica del blues down home che si suona nel Mississippi, filtrato attraverso le esperienze di band attuali come i Black Keys.
Sono subito ottimi i brani d’apertura, una sciolta Nervous e la selvaggia I’m Your Man, sorretta da tamburi quasi jungle. La band dimostra subito un bell’affiatamento, non a caso sono tutti turnisti di valore e dal pedigree nobilissimo; la title track è un autentico lungo ululato della chitarra, magari non del tutto convincente, ma ci pensa la più scanzonata Shake It Up a portare il disco in alto, con un sound d’organo particolarmente efficace. Nelle due tracce seguenti, Haynes lascia da parte il gruppo e si cimenta, chitarra e voce, in due composizioni d’effetto. Lonesome Shadows ha un’atmosfera vagamente soul e l’effetto tremolo sulla chitarra è parecchio suggestivo, All I Got In This World è invece eseguita con bottleneck sulla chitarra acustica e percussioni e dimostra quanto poco distante l’albionico Haynes abiti idealmente dal Mississippi settentrionale dei fratelli Dickinson.

Bad Honey viaggia un po’ dalle parti del buon Ben Harper, soprattutto per l’approccio vocale di Haynes che nel brano seguente, Solid Sender si riscopre invece soul balladeer affidando all’organo e ad una chitarra struggente il tappeto sonoro, lasciando per una volta i tamburi in secondo piano.

L’approccio a From Time To Time è invece in chiave Chicago blues, anche grazie all’apporto dell’armonica di Forest e all’uso del pianoforte.

In chiusura il brano Shed My Sin, in linea con buona parte del disco ma senza particolari guizzi ulteriori.

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