THE MAGPIE SALUTE – The Magpie Salute

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THE MAGPIE SALUTE – The Magpie Salute (Eagle Rock/Cargo Records 2017)

Sarà anche pura nostalgia di un sound lontano e in parte perduto, ma questo doppio vinile d’esordio dei Magpie Salute, è uno dei migliori dischi che mi sia capitato di ascoltare negli ultimi tempi – rimanendo nel campo delle novità, senza andare a rimestare nello sguazzamento delle ristampe o del materiale d’archivio portato alla luce.

Che i fratelli Robinson, in seno ai Black Crowes o sotto altre vesti, fossero i più accreditati eredi e diffusori delle sonorità dei primi anni settanta non è certo una novità, come non è una novità che siano anche bravi a riproporre il buon classic rock senza risultare per questo datati. La bella novità è che dopo i buoni dischi della Chris Robinson Brotherhood, pare che anche Rich abbia trovato la formazione con cui continuare a diffondere il verbo.

Dirò di più, questi Magpie Salute mi piacciono forse più del gruppo dell’altro fratello Robinson, senza volergli togliere nulla: la band di Rich mi sembra più compatta, più diretta, concreta, ma in sostanza si tratta solo di differenti sfumature ottenute con gli stessi pastelli.

Anche Rich, per mettere insieme la sua numerosa compagine di accompagnatori ha ripescato nelle formazioni dei Black Crowes e con lui ci sono Marc Ford, Sven Pipen e Eddie Harsch , oltre ad altri amici, incluse un paio di coriste che danno una bella mano a sfoderare un robusto risultato che affonda le radici nel rock più tipico, un po’ sudista, un po’ hard: il tutto senza risultare datato.

Il disco, inciso dal vivo in quel di Woodstock, nel corso delle classiche session organizzate da Michael Birnbaum e Chris Bitner, può contare sulla ripresa di alcuni brani provenienti dal passato, sia cover d’autore che repertorio dei Black Crowes più amati.

Insomma è difficile sbagliare il colpo quando si hanno in scaletta canzoni come Comin’ Home, dal repertorio di Delaney & Bonnie (and Friends with Eric Clapton), Glad And Sorry di Ronnie Lane, Time Will Tell di Bob Marley.

Rich si divide le parti vocali con John Hogg e quelle chitarristiche con Ford e con Nico Bereciartua: si comincia con il brano originale Omission, tanto per far capire all’ascoltatore da che parte si vada a parare, poi è già leggenda col suddetto brano firmato dai Bramlett con Clapton, con un bell’arrangiamento molto solido, più in odor di Humble Pie e Small Faces rispetto all’errenbì originale, ma è proprio quanto ci si potesse aspettare da una formazione guidata da Rich, che è autore dell’apprezzabile What is Time con cui si chiude la prima facciata del doppio.

Il lato B si apre con una notevole ripresa di Wiser Time, cavallo di battaglia dei Black Crowes a cui il trattamento Magpie Salute giova totalmente, grazie anche ad un arrangiamento che lascia spazio ad improvvisazioni meno divaganti rispetto a quelle a cui ci ha abituato l’altro Robinson con la sua Brotherhood: gran lavoro di Ford ma anche delle doppie tastiere di Slocum e Harsch. Nove minuti di cavalcata sonora di grande efficacia, al pari della successiva Goin’ Down South, entusiasmante brano strumentale composto da Joe Sample e ripreso anche da Crusaders e da Bobby Hutcherson, che fu il primo ad inciderlo. La versione è notevole anche in questo caso, a riprova di quanto bene funzioni il gruppo. Il secondo dei due vinili parte alla grandissima con un ripescaggio eccellente dal repertorio dei War, un brano che i Magpie Salute affrontano con grande efficacia triplicandone la durata rispetto alla durata dell’originale: War Drums nella rilettura di Robinson, Ford e soci diventa una brillante cavalcata sudista che non può richiamare alla mente quelle ordite da Dickey Betts per i suoi grandi brani strumentali incisi in seno all’Allman Bothers Band, le chitarre sono fluidissime, la ritmica incalzante e l’esecuzione si candida subito come una delle cose migliori di questo doppio album che procede con in sette minuti di Ain’t No More Cane, passando così dal southern rock ad un suono più di frontiera e tradizionale. Il rimando è ovviamente al The Band che il brano l’aveva inciso per il doppio dylaniano The Basement Tapes, ma l’esecuzione dei Magpie Salute ci mette del proprio così che anche stavolta, trattandosi di un disco prevalentemente di cover, quello che emerge è la compattezza sonora di una formazione che pur non sapendo dove andrà a finire ha dei punti di partenza alquanto solidi. Da applausi le tastiere totalmente in odor di Garth Hudson, i passaggi delle chitarre nella parte centrale e la coda pianistica.
Il lato quattro porta il disco verso il gran finale e naturalmente lo fa alla grande con un ripescaggio della pinkfloydiana Fearless (stava su Meddle): l’approccio è ottimo, il brano è cantato con orecchio rivolto all’originale ma l’arrangiamento porta sonorità slide meno usuali nella musica della band inglese. Sempre inglese il brano successivo, stavolta firmato da Ronnie Lane (la menzionata Glad And Sorry) e coniugato ancora una volta a sonorità southern con un gran basso a tessere insospettabili linee melodiche.

Ultima composizione del disco è Time Will Tell che i Black Crowes avevano già ripreso nel loro secondo disco, la versione che Rich ordisce insieme ai Magpie Salute è più lunga, più corale, tutto il gruppo vi prende parte e la matrice reggae è più evidente che nella versione dei Corvi: anche qui le tastiere costruiscono un background ideale mentre la ritmica sembra emulare il rollare di un battello all’ormeggio, finalmente si sentono adeguatamente anche le coriste e il gruppo sembra davvero appagato da questa sua fatica.

Certo, rimane da vedere come saranno questi ragazzi se si cimenteranno con un disco di nuovo materiale autografo, ma le premesse per sperare bene ci sono tutte.

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