CURTIS SALGADO AND ALAN HAGER – Rough Cut

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CURTIS SALGADO AND ALAN HAGER – Rough Cut (Alligator/IRD 2018)

Il disco dello scorso anno inciso da Keb Mo’ e Taj Mahal si era rivelato come una delle più interessanti proposte blues mainstream degli ultimi tempi, e per mainstream intendo un prodotto di gran classe ma rivolto non solo agli estimatori del genere. Questa recentissima proposta di casa Alligator (la casa del blues per eccellenza) rischia di esserne un illuminato epigono. Un altro duo, un altro modo di rileggere il verbo musicale del diavolo, in realtà neppure troppo distante da certe cose racchiuse nel disco di Mo’ e Mahal.

Stavolta la voce è una sola, quella unica e notevole di Curtis Salgado, vocalist e armonicista dello stato di Washington ma di stanza in Oregon che ha prestato le sue corde vocali a gruppi come Santana e Steve Miller Band, poi ha cominciato a fare il solista infilando una decina di dischi sparpagliati in un arco di tempo quasi trentennale, senza per altro smettere di collaborare con gente strafamosa.

Al suo fianco c’è il chitarrista Alan Hager, nativo dell’Oregon, il cui curriculum è meno blasonato, ma non per questo le sue doti tecniche sono meno valide; i due hanno messo insieme un gioiellino in cui le atmosfere vanno dal blues rurale ed acustico delle origini a quello leggermente elettrificato di Chicago, proposto però sempre con delicatezza quasi filologica.
Il risultato è un disco che ricorda molto l’approccio alla musica nera del Cooder degli esordi. Quelle sonorità, sia con la chitarra acustica che con quella elettrica, che trasudavano da Boomer’s Story e Into The Purple Valley per intenderci; si inizia con un brano originale intitolato I Will No Surrender, che potrebbe essere una dichiarazione di Salgado nei confronti del cancro che lo aveva colpito qualche anno fa e sembra ricondurci direttamente ai campi del Mississippi da cui arrivava John Lee Hooker, fin dalle prime note. È solo l’inizio, il disco procede esattamente su questi binari, la voce di Salgado è quella giusta, quella che ci piacerebbe trovare in ogni disco di blues, l’armonica vibra e la chitarra di Hager non è mai fuori posto; le tre canzoni successive, tutte originali, non sono da meno, in One Night Only ci sono persino un pianoforte ed una batteria, ma in I Want My Dog To Live Longer, una delle canzoni di punta, si ritorna all’acustico totale. Poi il duo affronta, in veste elettrica, I Can’t Be Satisfied di Muddy Waters, con rispetto totale dell’arrangiamento originale; Too Young To Die è di Sonny Boy Williamson e giustamente si apre con una bella introduzione di armonica, mentre Depot Blues di Son House sembra pagare ancora debito allo stile chitarristico di Cooder confermando l’ottimo stato di grazia della voce di Salgado e concedendo all’acustica di Hager lo spazio per una lunga parte centrale da solista. Midnight Train è un traditional e come ogni canzone sui treni che si rispetti ha in risalto la slide, ma c’è anche la voce di Larhonda Steele a fare il paio con quella di Curtis Salgado. Il sound torna elettrico con You Got To Move, poi, inattesa arriva Hell In A Handbasket, Salgado passa al piano e sfodera un brano autografo che rimanda alla visione del blues di Dr. John, è un flash, con Long Train Blues il suono è di nuovo dominato da armonica e chitarre. The Gift Of Robert Charles è una composizione strumentale di Hager, un blues lento che sembra un omaggio totale al Cooder di cui sopra: intensa, sofferta e bellissima.

Per suggellare un disco davvero riuscito, il duo prende in prestito un brano classico da un maestro del genere, I Want You By My Side di Big Bill Broonzy è la degna conclusione di un disco fatto davvero con amore.

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