CHRIS HILLMAN – Bidin’ My Time

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CHRIS HILLMAN – Bidin’ My Time (Rounder 2017)

Il 2017 è stato un anno di gran bei dischi. Alcuni del tutto inattesi. Sia per quanto riguarda nomi nuovi, sia – soprattutto – per quanto riguarda quelli che hanno alle spalle fino a cinquant’anni di attività. Non mi riferisco a quei colossi come Neil Young o Bob Dylan, che da alcuni anni non ne azzeccano una e vivono di rendita pubblicando dischi imbarazzanti. No.

E non mi riferisco neppure all’osannatissimo e furbissimo disco della buonanima di Gregg Allman, per altro molto bello, ma troppo facile da votare come miglior disco dell’anno, sull’onda del ricordo e della nostalgia per il fatto che non ce ne saranno altri.

Mi riferisco piuttosto al capolavoro di Marty Stuart & His Fabulous Superlatives, al bel disco di Tommy Castro (in ambito blues), a quello di Jon Langford’ Four Lost Souls, a quello di Stephen Stills & Judy Collins (del tutto inatteso e altrettanto ben riuscito). E mi riferisco soprattutto a questo pezzo d’anima e cuore firmato da Chris Hillman (che nel poll del mensile Buscadero è arrivato secondo ad un solo punto di distacco dal disco di Allman).

Chissà perché quando si parla di Byrds, gli sperticamenti e gli allori vengono sempre riservati all’antipatico McGuinn o al guru David Crosby. Ebbene, degli originali c’è in giro ancora anche Hillman, e vorrei sottolinearlo una volta per tutte, è l’unico, unico Byrds ad aver avuto una carriera discografica continua, senza interruzioni, dal 1965 fino ad oggi, con pochi scivoloni (guarda caso spesso in concomitanza con le riunioni estemporanee o meno che lo hanno visto al fianco degli ex soci).

Dire che questo è il suo disco più bello equivarrebbe a fare un torto a tutti gli altri che ha inciso (da solo, con i Flying Burrito Brothers, coi Manassas, la Desert Rose Band o con l’amico Pedersen), dirò solo quindi che si tratta di uno dei più belli usciti nel 2017, e tanto basta.

E, beninteso, non è un bel disco solo perché in regia sedeva la buonanima di Tom Petty, no, Hillman è autosufficiente, e continua a sfornare buone canzoni: sì, perché un conto è fare un bel disco – mi riferisco a quello di Allman – interpretando brani altrui di sicuro effetto e presa sull’ascoltatore, altra cosa è fare un disco nuovo di zecca, con giusto qualche ripescaggio, quattro su dodici brani, suonati senza tradire minimamente il proprio sound di sempre.

Hillman ha diverse fortune: innanzitutto quella di essere in buona salute, poi quella di avere dei fidati amici da far suonare nei dischi e, last but not least, di aver conservato una voce che non ha perso minimamente l’estensione e lo smalto d’un tempo.

Per iniziare questo Bidin’ My Time (su etichetta Rounder, la stessa del disco di Allman) Chris si affida ad un brano di Pete Seeger che i Byrds avevano già inciso sul loro debutto nel 1965, ma qui l’arrangiamento è diverso, c’è sì la dodici corde, affidata a John Jorgenson (che è stato con Hillman nella pluridecorata Desert Rose Band), ma c’è anche il piano di Benmont Tench che infonde al brano un suono diverso, e poi ci sono le voci di Pedersen e Crosby che si combinano alla perfezione. Poi segue un’infilata di brani nuovi, tutti eccellenti.

Si parte dalla bella title track che ospita oltre a Tench (ma nel disco compaiono altri Heartbreakers: Steve Ferrone alla batteria, il chitarrista Mike Campbell e lo stesso Tom Petty) anche la pedal steel di Jay Dee Maness, altro frequentatore di Hillman dal passato glorioso e di lungo corso; Hillman oltre che alla voce ci mette il suo fantastico mandolino. Fantastiche sono poi Given All I Can See (acustica con begli interventi di Jorgenson e Pedersen e con l’armonica di Petty) e Different Rivers, entrambe testimonianza dell’ottimo momento creativo del titolare, che come sempre da molti anni in qua, firma le canzoni con Steve Hill.

Here She Comes Again è un brano firmato con Mc Guinn che risale ai tempi del sodalizio dei due con Clark a fine anni settanta, ma era rimasta inedita: è Byrds sound a trecentosessanta gradi, ma non assomiglia alle cose che i due hanno scritto quando erano nei Byrds, sembra piuttosto una composizione in stile Gene Clark, cosa che la dice lunga su chi fosse l’autore di punta del gruppo. Il brano è un trionfo di sound Rickenbaker, oltre a Jorgenson c’è anche lo stesso Roger McGuinn, registrato in differita dalla sua casa in Florida, e c’è anche una ulteriore chitarra affidata al producer.

Il lato A si chiude con una bella rilettura di Walk Right Back, presa dal repertorio degli Everly Brothers e rivestita di abiti californiani, con una grande acustica di Jorgensen.

La seconda facciata è un ulteriore trionfo di suoni, siamo più sull’acustico, la batteria di Ferrone appare solo in due brani, lasciando piuttosto spazio alle origini bluegrass di Hillman. Such Is The World That We Live In è un inizio fantastico, chitarre acustiche e mandolino si fondono alla perfezione e c’è anche un violino affidato a Gabe Witcher, avrebbe potuto tranquillamente trovare spazio su Morning Sky o sul più recente The Other Side, capisaldi assoluti della discografia hillmaniana. When I Get A Little Money continua a mantenere alto lo standard del disco che sfocia poi nel ripescaggio di due byrds song molto belle ritrattate con gusto. She Don’t Care About Time era di Gene Clark e la versione cantata da Hillman rende onore ad un brano che non ha perso una virgola della sua bellezza; New Old John Robertson è una breve rilettura del quasi omonimo brano di Hillman incluso su Notorious Byrd Brothers, di nuovo con Witcher al violino e il contrabbasso di Mark Fain (presente in tutto il disco, salvo su Here She Comes Again in cui il basso è elettrico e suonato dallo stesso Chris).
Il disco prosegue con la splendida ballata Restless con grandi chitarre acustiche di Herb Pedersen e Jorgenson e l’elettrica di Campbell che porta a tre il numero degli Heartbreakers presenti nella canzone (Ferrone e Tench gli altri). Gran finale con la pettyana Wildflowers, in deliziosa versione fedele all’originale.

Il disco finirebbe qui. Per chi acquista la versione in vinile (edita purtroppo solo in America) c’è però un bonus, gradevolissimo e in linea col resto del disco: una ghost track che manca nel CD, intitolata Let Me Get Out Of This World Alive. Che dire, speriamo che Hillman non abbia intenzione di andarsene troppo presto! Sarebbe un peccato visti i bei dischi che fa…

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