THE NEW MASTERSOUNDS – Masterology

new mastersounds 1[583]

THE NEW MASTERSOUNDS – Masterology (Sundazed 2010, 2 LP)

L’energia ed il gusto musicale sviscerati da questo quartetto britannico, da tempo residente a Denver, sono davvero incomparabili, contagiosi, senza tempo.

Se è un dato di fatto che questa musica ha avuto i suoi giorni migliori in altre decadi di altri millenni, è altresì vero che quando c’è qualcuno che la suona con ardore, come fanno i New Mastersounds, continua ad essere – come ogni altro genere datato – una gioia da ascoltare.

Lo sticker che la Sundazed, responsabile di questa doppia raccolta parla chiaramente di “a massive dose of dance floor funk!!!”. E come darle torto, i New Mastersounds sono tra gli alfieri di questa musica strumentale che prendendo le mosse dai pionieri del genere di fine anni sessanta/primi settanta, si è sviluppata inglobando varie altre influenze, da quella di certo acid jazz al rhythm’n’blues ricco di groove che ha portato alla nascita della prima disco music.

Pionieri del new british funk, i New Mastersounds intessono trame sonore costruite sui riff e sul suono ineccepibile dell’organo Hammond suonato da Bob Birch: la sezione ritmica (Simon Allen e Pete Sand) ed una chitarra dal suono molto geometrico le cui corde sono torturate da Eddie Roberts che del gruppo è un po’ la guida. La loro storia comincia alla fine degli anni novanta ma il primo disco è del 2001; per questo Masterology sono state scelte nientemeno che da Bob Irwin in persona – il guru della Sundazed – una ventina di tracce estrapolate dai dischi di studio e dal vivo del gruppo oltre che da una serie di singoli meno noti. Il risultato è molto brillante, una raccolta ineccepibile che mette molte cose sul piatto: si comincia con Baby Bouncer e Can’t Hold Me Down, che danno subito un saggio fenomenale del potenziale del gruppo, e si prosegue con la lunga Land Of Nod che offre la possibilità di dilatazioni strumentali molto vicine alla psichedelia senza però mai scostarsi dal funk primordiale. Una delle perle dell’intero disco è Ode To Bobby Gentry, una sorta di rivisitazione del classico scalaclassifiche della cantautrice Bobby Gentry Ode To Billy Joe, grande successo negli anni sessanta: il brano, in precedenza disponibile solo su un 7 pollici, è magnificamente costruito sulla chitarra di Roberts. Con Hole In The Bag, dal riff molto serrato a metà tra Booker T (complici le tastiere ovviamente) e l’Otis Redding più spinto di Hard To Handle si chiude il lato A. Stessa ambientazione per l’inizio di All I Want (Right Now) che inaugura il lato B: stavolta c’è una ripresa vaga del riff di Knock On Wood, sempre di casa Stax, ma la sezione ritmica è più ardita e i riff della chitarra impazzano. The Minx è tratta da live a San Francisco di difficile reperibilità, qui la chitarra sfoggia un wah wah d’altri tempi e il brano sembra un’ottima occasione per la band di dare saggio delle proprie capacità a livello d’improvvisazione, con l’Hammond che s’intrufola ovunque dando al sound una ricchezza inestimabile. Altra ottima composizione è Better Of Dead in cui la chitarra assume sonorità da sitar: la ritmica è incalzante, i riff si rincorrono e come da copione l’Hammond si ritaglia i meritati spazi; meno interessante è La Cova, brano soffuso troppo breve per fare presa, estrapolato dal disco dal vivo registrato nel 2005 nell’omonimo locale di Minorca. Nervous, la composizione tratta dal primo disco del gruppo che va a chiudere la seconda facciata tiene fede al proprio nome, è un funk molto jazzato in cui un trio di fiati composto da Atholl Ransome, Jason Rae e Malcolm Strachan conferisce un’andatura decisamente nervosa, sempre sopraffino il lavoro di Bob Birch. Il lato C è quello che mi piace di più, solo quattro brani, ma di gran respiro e grande ispirazione: Thermal Bad proviene da Plug And Play, l’unico altro disco del quartetto che conosco, è un brano dal gran potenziale in cui le tastiere e la chitarra col wah-wah ripercorrono i fasti del sound dell’Isaac Hayes che sfornò la colonna sonora di Shaft, nella composizione successiva invece facciamo conoscenza con l’unica canzone del disco, nel senso che si tratta dell’unica composizione cantata e la voce è quella di Corinne Bailey Rae che ben si adatta alle sonorità raffinate qui create dai New Mastersounds: soul di classe, con la ritmica precisa e gli interventi di chitarra e Hammond che ben si adattano anche alla musica cantata. Colorado Sun è un gran brano dalle insinuanti atmosfere notturne mentre la lunga Spooky, ripresa dal menzionato live ispanico è decisamente in odor di Santana, ma la chitarra di Roberts brilla di luce propria senza fare il verso a quella del più celebre collega. L’ultimo lato del disco si apre con The Vandenburg Suite, dove il modello invece è il funk di James Brown, ma in versione rigorosamente strumentale, a seguire la nervosa ed elettrica più che mai Give Me A Minue, con la batteria un po’ troppo fastidiosa, a differenza di Dusty Groove, dall’ispirazione simile ma con un missaggio assai più riuscito e fraseggi Hammond da ludibrio puro. Meno d’impatto la breve Miracles. Il doppio vinile dalla bella confezione gatefold (ma esiste anche un CD) si conclude con la samba insipida di Idris e con Butter For Yo’ Popcorn in origine inclusa su un singolo francese.

Tags:

Lascia un commento