CHARLES BRADLEY – Changes

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CHARLES BRADLEY – Changes (Dunham/Daptone Records 2016)

La storia di Charles Bradley sembra in tutto e per tutto un soggetto cinematografico infarcito di brute sfighe e successi mancati: probabilmente non è un caso che sia stato girato un film su di lui, Soul Of America, presentato nel 2012 al SXSW di Austin. Bradley è uno di quei potenti cantanti dalla pelle nera che negli ultimi anni sono balzati alla ribalta (come Sharon Jones) riportando in auge suoni e canzoni che sembrano arrivare direttamente da quell’epoca in cui tra casa Stax e casa Motown la black music era in auge grazie ai nomi di Otis, Aretha, Percy, Wilson e ovviamente James, il “padrino del soul”.
Letteralmente folgorato dall’aver assistito ad un concerto del suddetto “padrino” all’Apollo di New York, Bradley è passato attraverso le più svariate esperienze professionali, girando l’America in lungo e in largo, dormendo in scantinati, facendo i lavori più disparati e cercando invano di farsi un nome nello show business, nel momento sbagliato, quando la musica che tanto amava non era già più in auge. Se la sua attitudine al palcoscenico si è forgiata proprio sul vivido ricordo del concerto di James Brown, la sua vocalità è più accostabile a quella di Otis Redding, soprattutto nel suo modo di approcciare le ballad, soul o meno che siano.

Il successo è stato tardivo per Bradley, scoperto all’inizio del terzo millennio da Bosco Mann della Daptone Records: dapprima ci sono stati concerti e singoli, poi nel 2011 è giunto anche il primo di tre LP e il nome di Bradley ha cominciato a girare molto anche in Europa.

Lo scorso anno è arrivato il terzo disco, questo Changes che prende il titolo da una geniale cover del brano dei Black Sabbath (a dimostrazione della predisposizione del nostro a confrontarsi con autori lontani da soul, cosa dimostrata in precedenza con Neil Young e i Nirvana).

Accompagnato da una solida band (i cui componenti sono anche autori o coautori delle canzoni) in grado di ricreare quelle atmosfere che calzano come un guanto alla sua voce, Bradley si cimenta in una decina di brani – undici se contiamo la breve introduzione di God Bless America – che riescono ad essere modernissime pur sembrando provenire da un passato quasi remoto.

Good To Be Back Home è forse il brano in cui l’influenza di Brown si fa più sentire, per contro già con Nobody But You il riferimento a Redding, alla sua vocalità, ai suoi urletti è più che una certezza: Bradley è un erede naturale del grande Otis, anche nella successiva Ain’t Gonna Give It Up, nonostante l’arrangiamento tenda più verso il funky precursore della prima disco music, l’impressione è quella di trovarsi al cospetto di una grande soul ballad. Destino che tocca in sorte in misura anche maggiore alla rilettura di Changes, aperta dall’organo e cadenzata da un basso su cui i fiati s’innestano magistralmente. Applausi a scena aperta. Bradley è un portento e con questo brano è in grado di mettere tranquillamente a tacere ogni eventuale e poco accorto detrattore.

Ain’t It A Sin, in cui il modello sembra tornare ad essere James Brown, è molto ritmata e suona vagamente di già sentito, per via di un giro di basso terribilmente familiare, ma dà l’idea di aver un gran potenziale nelle serate dal vivo. Il soul più classico torna a farsi sentire in Things We Do For Love, dall’ottimo impasto sonoro, con le tastiere e la chitarra in primo piano e l’eccezionale accompagnamento delle Gospel Queens (che fanno da backup vocalist in tutto il disco). Bello l’andamento recitativo di Crazy For Your Love, altra ballata dalla cadenza ampia e ariosa, e bella anche You Think I Don’t Know sottolineata bene dalla chitarra e dai fiati con le voci femminili che fanno botta e risposta con quella de leader. La fine del disco è affidata a Change For The World, quasi un brano in stile colonna sonora per film di blaxpoitation, e a Slow Love che suggellano quello che la critica ha unanimemente indicato come il miglior disco (finora) inciso da Bradley.

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