BEN SOLLEE AND KENTUCKY NATIVE – Ben Sollee And Kentucky Native

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BEN SOLLEE AND KENTUCKY NATIVE – Ben Sollee And Kentucky Native (Soundly 2017)

La rilettura di quello che pare un vecchio francobollo celebrativo dello sbarco sulla luna, con un astronauta (munito di piccone da minatore) che guarda verso l’alto e vede il pianeta terra su cui si distingue la sagoma del continente americano. Che attendersi da un disco con questa immagine in copertina e del cui autore non si sa assolutamente nulla?

Vi faciliterò la risposta: folk appalachiano da camera.

Non stiamo a girare attorno alle definizioni, questo è e basta e avanza. Dopo i primi ascolti volutamente al buio, senza neppure leggere le note di copertina (che ci dicono solo i titoli dei brani e i nomi dei musicisti (sul foglio interno), mi sono reso conto di quanto di buono ci fosse in questo disco, così sono andato a documentarmi.

Ben Sollee è un violoncellista, songwriter, nonché attivista politico molto impegnato sul fronte della difesa dell’ambiente. In una decina d’anni ha dato alle stampe un numero incredibile di dischi, spesso anche in società con altri musicisti come Daniel Martin Moore o Jordon Ellis.

Il progetto Kentucky Native, il più recente, lo vede alla guida di un gruppo davvero minimale, insospettabile una formazione così, ed insospettabile il sorprendente risultato che si può avere registrando un disco utilizzando solamente violoncello, violino, banjo e basso con una spolverata di percussioni. Il termine con cui l’ho definito, folk appalachiano da camera rende in tutto e per tutto quello che suonano i Kentucky Natives: una miscela coinvolgente, a volte dolente altre più moderatamente entusiastica di brani ben composti e ben arrangiati.

Il lato A si apre proprio con un brano tradizionale, la breve Carrie Bell, non ancora abbastanza per entrare nel vero mood del disco, che però ingrana subito con la successiva Presence e mette poi sul piatto una quaterna di brani molto indovinati: cominciando con Mechanical Advantage e proseguendo con Eva Kelley in cui gli strumenti si mescolano con sapienza ed un break strumentale molto facile da assimilare. Il violoncello introduce poi l’ottimo strumentale The Holdout/Speed Breaker, una composizione che permette di apprezzare tutta la bravura dei musicisti coinvolti, ognuno vi trova il proprio spazio senza sbavare, il banjoista Bennett Sullivan, il violino di Julian Pinelli, le percussioni di Jordon Ellis. Buona ultima la malinconica Pieces of You, un racconto quasi in punta di piedi, purtroppo Solle (o chi ha fatto la grafica del disco) ha preferito lasciare sul foglio interno il solo logo del gruppo anziché stampare i testi: il video promozionale del disco suggerisce però una triste canzone su qualcuno che perde la memoria per qualche brutto male dell’età mentre qualcun altro pensa di etichettare tutte le sue cose per aiutarlo a ricordare.

Girando il disco troviamo un brano che sotto l’arrangiamento acustico fa sottintendere la possibilità di una veste più ritmata: Two Tone Gal ha infatti richiami moderatamente swingati ed è guidato molto bene da un basso discreto su cui banjo, violino e violoncello si muovono abilmente.

Well Worn Man sembra più cupa ed ha una lunga coda strumentale che precede Emily’s Song, un brano firmato dal banjoista, uno strumentale aperto proprio dall’arpeggio del banjo che ricorda certe composizioni del Ry Cooder cinematografico, quello di The Long Riders, cello , basso e violino vi si inseriscono sempre con precisione e misura e il risultato è indubbiamente apprezzabile. Moon Miner è la canzone a cui fa riferimento l’immagine creata da Brian Turner per la copertina con l’astronauta armato di piccone: il brano parte come un tango sbilenco sorretto dal violoncello ma poi quando Sollee comincia a cantare diventa quasi un valzer molto rallentato.

Il disco si chiude con The Wire che parte molto veloce, con le percussioni che diventano quasi un set di batteria, ma quando rallenta si fa sorreggere dal giro di basso, salvo poi diventare molto corale con violino, banjo e violoncello impegnati stavolta a creare spazio e volume, come se a suonare fosse una band più numerosa. Anche in questo caso il risultato è eccellente.

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