MARTY STUART AND HIS FABULOUS SUPERLATIVES – Way out West

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MARTY STUART AND HIS FABULOUS SUPERLATIVES – Way out West (Superlatone Records 2017)

È stato un anno prolifico di bei dischi il 2017. Spesso anche di dischi molto belli, oltre che di ritorni inattesi e di notevoli conferme. Credo però che la mia palma di disco più bello sia da consegnare a questo elaborato disco di Marty Stuart. Il non più giovanissimo chitarrista di fiducia del Johnny Cash pre Rick Rubin ha un gruppo che è letteralmente da strapparsi i capelli tanto i musicisti sono bravi (il nome della formazione non è sicuramente scelto a caso); Stuart poi è sempre stato un chitarrista con i controfiocchi, ma mai come in questo disco ce lo aveva dimostrato. Avrebbe potuto fare uno dei tipici stanchi dischi nashvilliani, senza troppa fatica, di quelli d’effetto, ben suonati e con gran poca anima, invece ecco il colpo di genio: un affresco western di grande spessore, con una cura dei suoni ineccepibile (e con Mike Campbell alla consolle era difficile aspettarsi di meno) ed un’ispirazione davvero da competizione.

Potrebbe essere considerato quasi un concept questo disco, un omaggio alla musica americana senza essere dichiaratamente “americana” (il gioco di parole è una tentazione troppo grande e irresistibile): Stuart scrive quasi tutti i brani da solo o in compagnia dei suoi superlativi favolosi e il risultato è degno del nome del gruppo, sia nei brani strumentali che in quelli cantati: si parte con l’assaggio brevissimo di Desert Prayer in cui emergono ancestrali richiami alle popolazioni native, e poi via con uno strumentale dagli echi twang, Mojave, una sorta di bisnipote dell’Apache di shadowsiana memoria anche se credo che il riferimento sia più al deserto omonimo che alla tribù indiana che diede il titolo ad un vecchio albo di Tex Willer.
A questo punto la statura del disco è già chiara, poi arriva l’unica cover, Lost On The Desert, già affrontata da Johnny Cash nei primi anni sessanta, come se Marty volesse gettare un ponte tra la sua musica e quella del suo vecchio datore di lavoro. Con la title track siamo al cospetto invece di un brano quasi parlato, con echi della storica Ode To Billy Joe, ma qui ci sono dei lavori di chitarra degni di un gruppo superlativo, lavori di chitarra snocciolati con un equilibrio sonoro che colpisce cuore e orecchie.

Marty Stuart si divide le parti chitarristiche (acustiche ed elettriche) con Kenny Vaughan, mentre Harry Stinson si occupa dei tamburi e Chris Scruggs (figlio d’arte di antica e nobile stirpe) suona il basso: e a proposito di chitarre, va ricordato che Stuart è anche il possessore della Telecaster che fu di Clarence White, quella su cui Gene Parsons installò il primo stringbender della storia del chitarrismo e dell’umanità. Non stupitevi dunque se qua e là, in maniera felicissima vi sembrerà di cogliere echi stilistici del chitarrista dei Byrds.

El Fantasma Del Toro (firmata dal batterista) è di nuovo strumentale una sorta di via di mezzo tra un tango e la musica d’oltre Rio Bravo, altra bella composizione, seguita da Old Mexico il cui titolo la dice lunga su cosa ci si debba aspettare ascoltandola. Il lato A del disco si chiude con la riuscita Time Don’t Wait, in odore di jingle jangle visto che Vaughan si dedica alla 12 corde, e ospita il producer in qualità di terzo chitarrista e tastierista.

La facciata B si apre con un altro strumentale, Quicksand, di nuovo con echi twang che preludono ad Air Mail Special, brano molto spedito in cui le chitarre sviluppano una serie di belle intuizioni che richiamano lo stile di Clarence White. Torpedo, ancora strumentale, è puro surf western, non è difficile immaginare di vedere scorrere le immagini di un film di Tarantino sulle note di questo brano; il disco procede con l’epicità di Don’t Say Goodbye in cui gli elementi fin qui ascoltati si mescolano con un arrangiamento affidato ad una sezione d’archi che a tratti ricorda quello usato per i temi principali delle pellicole dedicate a James Bond, sicuramente un altro grande brano. Whole Lotta Highway ospita tra i suoi solchi il produttore Campbell e la pedal steel di Gary Carter, col risultato di un autentico trionfo chitarristico che ancora una volta emana echi byrdsiani post 1968. Per riportare un po’ di tranquillità c’è una breve ripresa a cappella del brano che aveva aperto il disco, poi la dolente ballata Wait For The Morning, sempre all’insegna di un’atmosfera e di una ricerca sonora ineccepibili: non escluderei che nel (superlativo) solo centrale, per il quale s’impongono applausi e scappellamenti, Marty stia suonando davvero la chitarra con lo stringbender che fu di Clarence White.

L’atto di chiusura è la ripresa della title track, in versione arrangiata con gli archi e con chitarre morriconiane che suggeriscono un tema western da titoli di coda in cui possiamo immaginare un galoppo di cavalieri tra cui non è difficile, a questo punto distinguere Johnny Cash, con ai lati Clarence White, Duane Eddy e Quentin Tarantino.

E scusate se è troppo!

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