MICHAEL TOMLINSON – House Of Sky

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MICHAEL TOMLINSON – House Of Sky (Desert Rain Records 2016)

Un attacco accattivante, ritmo moderato con tastiere giustamente insinuanti. Michael Tomlinson questo disco lo inizia gran bene, l’andatura del brano che lo apre, Boulevard Rain, ricorda alcune di quelle belle canzoni che Van Morrison ha disseminato nei suoi dischi a cavallo tra anni ottanta e anni novanta. La direzione del cantato però va in tutt’altra direzione: Tomlinson sembra figlio o fratello minore di quella scuola di songwriting tanto in voga negli anni d’oro della west coast, quando la west coast music più tranquilla, quella che odiava la frenesia delle grandi città, aveva trovato riparo sulle alture del Colorado, tra rocce, nevi e boschi.

Il disco di Tomlinson – che non è un novellino alla luce di una considerevole produzione comprendente ormai una dozzina di album disseminati tra la metà degli anni ottanta ed oggi – è stato realizzato grazie ad un crowdfunding che ha garantito al cantautore di origine texana il capitale per chiudersi in studio a Seattle e mettere insieme le sedici tracce del CD contando su un discreto parterre di musicisti impegnati tra strumenti a corde tipici della musica di base folk rock qui inclusa, fiati e molto altro (suonato dal coproduttore del disco Kay Kenney impegnato alle tastiere, alla fisarmonica, basso, percussioni, synth): il risultato è un disco piacevole, tranquillo molto rilassato che va a pescare – a livello d’ispirazione – in quella scuola cantautorale raffinata e perfettina, in bilico equilibrato tra folk rock e pop facente capo a gente come Dan Fogelberg e Kenny Loggins. Alla buona traccia d’apertura segue un’altra bella composizione, Wyoming Wind, che tradisce leggermente l’origine texana di Tomlinson, e sul percorso si incappa in altre pregevoli canzoni come All This Water.

Diciamolo subito, non c’è davvero nulla di nuovo in questo artista, ma credo che chi cerca qualcosa di nuovo sappia da che parte cercare senza indugiare nel mondo dei cantautori. Piuttosto, quello che può dar da pensare è quale futuro possa avere questa musica (il pubblico, è evidente, è quello del crowdfunding): pensate al menzionato Fogelberg, amato alla follia nei suoi anni d’esordio, benedetto dalla presenza di titolati ospiti nei solchi dei primi dischi e premiato da notevoli vendite. Con gli anni, pochi, è finito nel dimenticatoio (pur continuando a fare dischi) la fortuna è cessata, i fan si sono persi: un paio d’anni fa girando il Texas con Daniele Lopresto, nei numerosi negozi di vinile usato che abbiamo visitato siamo incappati in un numero elevatissimo, quasi montagne, di dischi di Fogelberg venduti (per non dire tirati dietro) nei reparti delle offerte da un dollaro, segno che quei dischi li avevano comprati in molti ma che anche che quei molti se ne sono anche sbarazzati.

Artisti di questo genere non vendono certo più le centinaia di migliaia di vinili d’un tempo ma forse autori come Tomlinson tra vent’anni potranno ancora contare su una fetta di pubblico, affezionato quanto limitato, che metterà nel lettore CD i loro dischi facendosi cullare dolcemente da melodie zuccherine e voci malinconiche.

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